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[TechWatch] Dalla carta al web: i giornali cambiano pelle

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TechWatchVisto che ormai molti giornali non riescono più a stare in piedi, nei prossimi mesi potremmo assistere a delle interessanti novità.

Gli inserzionisti si stanno spostando in massa dalla carta stampata al web. Il costo di una inserzione su un giornale scende in continuazione. Le stesse versioni online dei giornali, invece, vedono crescere gli inserzionisti e il traffico.

Gli utenti, del resto, sono contenti di leggere contenuti di qualità senza sborsare una lira ("e chi se ne importa della pubblicità che compare prima di leggere un articolo per intero" diranno in tanti).

Altri lettori, come scusa o perché ci credono, dichiarano di aver acquisito una coscienza ambientalista e che quindi non vogliono più comprare un giornale sapendo quanto questo costi all'ambiente (carta, inchiostro, trasporto, etc..)

Ecco, per tutti questi motivi in America, dove la crisi dell'editoria è nera, ci sono dei progetti finalizzati a rendere a pagamento delle sezioni dei giornali.

Questo suona come una bestemmia in un mondo, quello di Internet, in cui la libera circolazione di informazione è la legge e dove tutti coloro che hanno provato a far pagare dei contenuti sono stati costretti a fare marcia indietro con la coda fra le gambe. Si veda il New York Times: un fallimento.

Ma i tempi sono cambiati e qui non si parla più di politica commerciale ma di sopravvivenza. Il problema infatti è costituito sopratutto da quei tantissimi siti che in maniera più o meno lecita aggregano notizie da fonti esterne e autorevoli creando pagina "contenitori" che generano molti lettori e quindi attirano molti inserzionisti. Tutto questo senza avere i costi di una redazione di qualità.

La Associated Press, associazione che riunisce alcuni dei più famosi giornali americani, sta quindi ipotizzando alcune contromisure come la creazione di un proprio aggregatore e, al tempo stesso, la possibilità di bloccare la diffusione dei propri contenuti vincolandolo al pagamento di una somma di denaro (che, attenzione, non dovrebbe per forza essere pagata dal lettore).

Quello dei contenuti gratuiti è senza dubbio un tema delicato e difficile da definire in poche righe senza cadere nella retorica. Da una parte infatti, gli utenti sono ben felici, almeno a parole, di pagare per evitare che grandi istituzioni come il New York Times, Il Washington Post e altri chiudano per sempre i battenti.

Non bisogna dimenticare che è grazie al coraggio di alcuni giornalisti e all'autonomia di alcune testate che sono stati smascherati scandali economici e politici. Più prosaicamente, alcuni utenti son disposti a pagare per non vedere la pubblicità.

Dall'altra parte, però, non possiamo ignorare una larga fetta di utenti che dichiarano che il modello free è l'unica e vera alternativa al fallimento. È solo aprendo le porte alla gratuità dei contenuti che sarà possibile avere nuovi lettori e rafforzare il circolo virtuoso inserzionista=contenuto di qualità.

Per ora, la soluzione a pagamento resta solo una opzione. La sensazione però è che un provvedimento del genere possa danneggiare le testate. Molti utenti infatti preferiscono una informazione qualitativamente più scarsa ma gratuita.

È solo con contenuti altamente specialistici e di settore che il modello a pagamento funziona. Basti pensare, qui in Italia, all'esperienza di Altroconsumo che non permette la lettura dei propri articoli se non si è iscritti all'Associazione. Ricordo che l'associazione non contiene pubblicità nel sul sito né sul suo magazine cartaceo.

E voi cosa ne pensate?

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